Spesso, chi si avvicina al mio lavoro di consulente e coach si pone una domanda lecita: “Renata, quello che proponi è psicomagia?”.
Questa confusione è comprensibile. Quando introduco rituali, lavoro sugli archetipi o chiedo di compiere gesti simbolici legati alle fasi lunari, è naturale che il pensiero corra a Jodorowsky e al suo approccio. Io stessa uso a volte questo termine, ispirata dal lavoro immenso del Maestro.
C’è una base comune, un’intuizione antropologica che condividiamo: l’idea che l’inconscio non risponda solo alla logica razionale, ma parli il linguaggio delle immagini, del corpo e del simbolo.
Tuttavia, c’è anche una differenza sostanziale tra le nostre due strade. Vorrei fare chiarezza, perché capire questa distinzione non è solo una questione di etichette, ma di metodo e di obiettivi (oltre che di correttezza).
Il punto di convergenza: L’inconscio come territorio comune
Sia la psicomagia che il mio approccio nascono dalla stessa consapevolezza: la comprensione intellettuale di un problema non è quasi mai sufficiente a risolverlo. Per trasformare davvero qualcosa, dobbiamo “parlare” al sistema nervoso attraverso l’esperienza, non solo attraverso le parole; in sostanza, dobbiamo fare una esperienza.
Quando, nei miei percorsi, propongo di accendere una candela durante la Luna Nuova o di assumere una postura archetipica, non sto agendo come un mago che manipola forze invisibili. Sto utilizzando una tecnologia rituale. Sto creando un contenitore in cui il corpo può vivere un’esperienza che conferma una scelta già fatta.
La distinzione fondamentale: Terapia vs. Passaggio
Dove le nostre strade divergono? La psicomagia nasce tipicamente con l’obiettivo di sciogliere un conflitto profondo, spesso di natura traumatica, attraverso atti simbolici costruiti ad hoc. È una pratica che ha una valenza terapeutica, pur non essendo validata scientificamente.
Il mio lavoro, invece, non ha l’obiettivo di “curare” né di sostituire un percorso psicologico.
I rituali che propongo sono rituali di passaggio. Non servono a riparare una ferita, ma a permettere alla persona di incarnare un cambiamento che ha già deciso di compiere. Quando ti chiedo di attraversare una soglia immaginaria o di cambiare il ritmo del respiro, non stiamo interpretando un personaggio: stiamo permettendo al tuo sistema nervoso di sperimentare una nuova possibilità identitaria. [ non so se mettere questa frase: È quello che la scienza chiama embodied cognition]: il corpo non manifesta solo chi siamo, ma partecipa attivamente alla costruzione della nostra esperienza.
Il Coaching Archetipico e la Pedagogia del Simbolo come Tecnologie Rituali
Per evitare le ambiguità legate al termine “psicomagia”, preferisco definire il mio approccio come una pedagogia del simbolo.
Ogni pratica che propongo – dal ritmo delle stagioni all’immaginario archetipico – è una struttura. È una mappa che aiuta a dare forma, continuità e senso a un’intenzione. Non chiedo alle persone di “credere” nel rito come si crederebbe a un miracolo. Chiedo loro di farne esperienza, lasciando che sia il corpo a verificarne l’efficacia.
È qui che nasce la mia “spiritualità da combattimento”: non è un rifugio esoterico, ma uno strumento di transizione. I rituali non cambiano la Luna o gli archetipi; cambiano il modo in cui tu attraversi il tempo e la tua vita. La solidità del mio metodo risiede proprio qui: il potere non risiede nell’oggetto rituale, ma nella tua capacità di usarlo come strumento per rendere visibile – e reale – la tua evoluzione.
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